Il marketing del Referendum

Trasformare qualcosa di complesso in qualcosa di semplice è un’arte. Si chiama riduzione della complessità. Il termine è di Niklas Luhmann, sociologo. Uno di quelli bravi.

Se prendo un argomento molto complesso, come nel nostro caso il riassetto delle istituzioni repubblicane, tutta la discussione che ne verrà fuori sarà inevitabilmente altrettanto complessa. Basata su articoli e commi, dottrina giurisprudenziale e comparazioni giuridiche.

Se riduco la discussione all’hashtag #iovotoSi oppure #iovotoNo, tutto ne conseguirà, semplicemente, per slogan.

Si ricollega la vittoria di uno schieramento a determinate conseguenze, ignorandone la causa.

La vittoria di una parte non è conseguenza di un voto popolare, ma di un marketing migliore.

Ed è il marketing il vero protagonista di questo referendum, l’arte di ridurre la complessità.

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Qual è la strategia pubblicitaria adottata dalle parti?

Dimentichiamo al momento, come fanno tutti da qualche mese, gli argomenti giuridici che stanno alla base del voto. Non importano a nessuno, tranne ai professori universitari che preparano, nel caso vinca il Si, il loro nuovo manuale di Diritto Costituzionale.

Quello che avviene è, come spiegato nei manuali di strategia, il fenomeno della polarizzazione. Ridurre la complessità in modo tale da avere due sole parti in causa, in questo caso SI e NO. Nessuna obiezione, nessuna zona grigia. Ammetti di essere totalmente d’accordo o totalmente in disaccordo con quanto proposto.

I testi e le immagini propagandistiche hanno lo scopo di accentuare questa polarizzazione.

Il voto del SI è ricollegato al tema del cambiamento, il giovane mostrato in locandina (con smartphone accanto) vota SI, il vecchio in panchina al parco vota NO. Inoltre il voto del SI è collegato ad un determinato risparmio nei conti pubblici del paese, dato dall’eliminazione di qualche poltrona.

Il voto del No, attinge la sua forza al generale malcontento Trumpista che aleggia nell’aria. Se il cambiamento proposto proviene da una particolare parte politica, questa è etichettata con termini come “poteri forti”, “establishment”. Nonostante la loro apparente debolezza argomentativa, tali termini sono oggi tra le armi propagandistiche più forti, una volta in esclusiva del contropotere, oggi prerogativa dei conservatori. Ironia? No, realtà.
Dubito che qualcuno abbia letto il testo della riforma, considerando che la sua comprensione prevede una conoscenza di base del diritto costituzionale, un pò di pazienza e assenza di pregiudizi.

La cosa peggiore è, in ottica della riduzione della complessità, la forzosa accettazione di tutta la riforma. O tutto o niente. Nel caso in cui l’elettore accolga con favore una parte del testo ma non le altre, come nel caso di chi vi scrive, sarà costretto ad operare una terribile scelta.

Facciamo un esempio: solo 5 persone in Italia vogliono mantenere il CNEL, ovvero chi vi lavora. Ma se voti Si, accetti tutte le altre modifiche, ti piacciano o meno.

E’ ad oggi la più grande campagna politica “social” in Italia. Decine e decine di pagine pro o contro, tweet, video advertising su Youtube. Alla fine dei giochi, tra pochi giorni, potremo vedere i risultati di come le due differenti strategie di marketing abbiano influenzato il voto.

Sei un giovane che vuole cambiare le cose oppure sei un giovane contrario alla Goldman Sachs? Questo è il cuore del messaggio, indipendentemente dal contenuto.

 

 

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2 risposte a "Il marketing del Referendum"

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