Trumponomia, l’economia trumpista

Ricordo ancora i tuoni e i lampi della prima settimana di novembre. Tutti in coro ad urlare al disastro. 

Con l’ultimo fallimento di sondaggisti ed economisti, falliscono anche i catastrofisti del web. Se la politica di Trump in fatto di mmigrazione e politiche sociali può essere criticata sotto numerosi punti di vista, per quanto riguarda la politica economica, ad oggi , si può solo discutere in maniera critica.

Ed è una cosa molto diversa, ciritcare e discutere. Purtroppo oggi non è scontato, e mi tocca fare questa distinzione. Contrariamente a molti, avevo previsto la vittoria del Tycoon dal capello improponibile, e non ero affatto terrorizzato. Sono stato critico nei confronti della presidenza Obama per  anni, considerandolo un presidente piuttosto mediocre in politicainterna, e pessimo in politica estera.

Premetto che la mia appartenenza politica (se davvero si può definire tale) non è orientata a destra, tantomeno pentastellata.

L’economia trumpista, invece, offre numerosi spunti di riflessione. E’ un ritorno al protezionismo, detto in parole povedre. Quello che i repubblicano hanno sintetizzato con Make America Great Again vuol dire meno delocalizzazioni, meno merci importate senza dazi doganali, meno manodopera estera, meno tasse per le imprese che non delocalizzano. Perchè si è rivelata una strategia vincente? Non dite populismo. Odio questi termini da giornalista di secondo livello. Come scrissi tempo fa, la leva sulla quale poggiava una grande fetta di voto era il fallimento della globalizzazione. Rifletteteci bene.

Il ritorno ai confini nazionali è spiegato semplicemente con questo concetto, il tassello del puzzle che si incastra alla perfezione. E’ politica economica, non populismo. Diventa populista se si inizia ad urlare meno tasse per tutti, oppure se si accusa un invisibile establishment, oppure se si usano le frasi tipiche dell’incitatore di folle.

Da italiano, ho tirato un sospiro di sollievo, Trump farà fallire il trattato del TTIP. Ha già abbattuto il trattato di libero scambio con l’Asia, farà lo stesso con l’Europa. Grazie.

Avete in mente cosa avrebbe comportato l’introduzione del trattato di libero scambio con gli Stati Uniti? Meno regole, niente dazi, meno regole, prezzi più bassi, meno regole. 
Immaginate sugli scaffali dei nostri supermercati i barili di latte a 2 euro (5 litri), o il vino californiano a 1 euro, il grano dello Utah a 2 euro. Niente regole sanitarie su pesticidi, ormoni, trattamenti chimici industriali, mangimi, acqua. Per il libero mercato questo ed altro no? Noi avremmo dovuto esportare i prodotti di alta qualità, e loro importavano la grande distribuzione. avremo perso, fidatevi.

Sul futuro non si fanno previsioni, e diffidate degli astrologi del web. Basta vedere come sono i fatti OGGI.

Per approfondire, vi metto il link di un articolo di Repubblica, una mappa informativa sugli investimenti delle imprese americane dopo Trump. Avete presente i cinesi di Foxconn? La fabbrica degli iPhone? Delocalizzerà in America. al contrario.

Staremo a vedere

 

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