Il perdente radicale (book review)

Un libricino piccolo piccolo, si legge in mezz’ora. Sbagliato.

Le 73 pagine del saggio di H.M. Enzensberger sono pregne di di significato, attualissimo e interessante.
Lo leggi una volta, lo posi, poi lo riprendi, sottolinei un passaggio, lo riposi. Due anni dopo lo riprendi.
Perchè scrivere duecento pagine quando puoi condensare in meno di cento tutto il pensiero?
Chi è il perdente radicale? Il radicalista islamico? Anche, ma non solo.

Tutti noi perdiamo qualche volta, nella vita. La sconfitta e la vittoria sono parti naturali e onnipresenti. Si diventa radicali quando la sconfitta assume toni diversi.

Il perdente radicale lotta contro i mulini a vento.

“Il fallito si rassegna alla propria sorte, la vittima chiede soddisfazione, il vinto si prepara alla prossima tezone. Ma il perdente radicale si ritrae in disparte, diventa invisibile, coltiva ilsuo fantasma, raduna le proprie energiee attende la sua ora”.

Ora magari vi sarà venuta alla mente qualche immagine. Magari il pazzo che, licenziato, da fuoco al suo ufficio, oppure chi prepara bombe nel garage, aspettando il momento della rivoluzione.

Il nemico qui è un “loro” indistinto. Sono sempre loro, gli altri. Entra in gioco la terminologia complottistica moderna, con i termini a noi noti, le caste, l’establishment, i poteri forti, la massoneria, le banche.

Oggi poi i perdenti radicali tendono a radunarsi online, condividono le loro manie, preparano o si augurano che qualcuno prepari la loro riscossa.

Ciò che li lega è il pensiero che qualcuno gli abbia “tolto” qualcosa, che era loro di diritto. Il lavoro ad esempio, è in mano agli immigrati, il denaro in mano alle banche. La loro morale è quella corretta, “no questions asked”. La loro rabbia li fa andare automaticamente dala parte della ragione.

Voi potrete chiedervi ora, ma questo libro è attinente con Bad-Work?

Ovvio.

In più articoli ho citato al questione della proattività e della reattività, intesi come fattori chiave per comprendere la lotta contro i periodi bui di disoccupazione. Uno dei fattori di successo, nella vita e nel lavoro, è la proattività di fronte al mondo. E’ un modo di pensare, di vedere il mondo, e di agire di conseguenza.

“Il paese sta andando in malora. E’ colpa loro. Non c’è nulla da fare”

“Va bene, sta andando tutto a puttane. Cosa posso fare io per evitarlo?”

Il concetto di partenza è lo stesso. La conclusione è diversa. Il perdente radicale si chiude, magari su Facebook. Non c’è nulla da fare, quindi non faccio niente. Chi lotta, lotta ogni giorno.

 

Il saggio prosegue poi con un interessantissimo riferimento all’islamismo, inteso come deriva di perdenti radicali riuniti. Non vi dirò altro, se vi interessa, leggetelo.

 

P.s ogni riferimento alle proteste contro le palme in piazza Duomo a Milano è puramente voluto

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