Il dilettante e il professionista (conclusione)

Ecco la conclusione dell’articolo “Il dilettante e il professionista”, con le ultime due storie.

 

  3. L’antipatica

Mi fa accomodare in un ufficio semivuoto. Silenzio tombale. Solo lei e un altro tizio, a due porte di distanza. Un’APL come tante, dall’insegna e dall’annuncio, ricercava un altro HR. Mi fa accomodare in un tavolo vuoto, chiedendomi una copia del mio CV. Quando fanno così li odio. Se per candidarmi all’annuncio ho inoltrato il Cv, perchè devo portarmene uno da casa? Ovviamente l’avevo con me. Prima di iniziare, fa subito chiarezza sul lavoro: 300€ full time per 6 mesi. Nessuna possibilità di assunzione. Ovviamente, mi dice, se voglio andare via un ora prima va bene, ma non sia sempre. Il suo atteggiamento era tutt’altro che aperto e disponibile. La chiusura delle sue braccia, il distacco del corpo nella seduta, lo sguardo stanco e annoiato, tutto di lei indicava che non le importava nulla. Io o un altro, è lo stesso. Tanto a quella cifra sono in molti ad accettare. Avrei compreso se fosse stato part time, ma 40 ore mensili a 300 euro, considerando anche pranzo, posteggio, caffè. Fatevi un conto e noterete che la carriera da posteggiatore abusivo inizia ad essere più allettante

4. La migliore selezione della mia vita, e la più stressante.

Una mail mi annuncia che il mio CV era stato letto e selezionato. Mi arriva un form da compilare, via mail. Domande di logica, test psicoattitudinali, QI. Compilo e invio. Puntuale l’indomani arriva la prima telefonata. 42 minuti di intervista telefonica, ben condotta da chi fa questo lavoro avendo bene in mente che l’HR è il tramite tra l’azienda e la persona. Mi chiede di tutto. Esperienze, successi, fallimenti, competenze. A quella telefonata ne segue un’altra con una collega, l’autrice dei test. Altri 52 minuti di conversazione, centrata sulle competenze, sul profilo psicologico del candidato (io) alle mie domande ottengo precise e puntuali risposte. Poi l’incontro vis-à-vis. Un’oretta buona di colloquio. Sul tavolo non il mio CV, ma un mini dossier. Mi vogliono conoscere meglio di mia madre. Sanno bene quanto è importante la selezione del personale, a prescindere dalla posizione ricercata. Considerano il tempo impiegato solo con me (figurati gli altri) come un investimento per l’azienda committente. Prodighi di suggerimenti, un paio di complimenti, mi hanno spolpato per ore, lasciandomi più forte invece che più debole.

 

Penso che ora abbiate compreso la distinzione.

Al dilettante non importa nulla di te. Magari odia anche il proprio lavoro, la propria scrivania. Lui\lei sa già tutto, non prova a miglirare nè sè stesso nè tantomeno il proprio lavoro. Resta nello status quo. Magari è uno bravo, magari quello che in condizioni normali fa la differenza. Ma non gli importa. Se può fare il minimo e tenersi il lavoro, tanto meglio.

 

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