La fine del mondo globalizzato (parte 2)

Riprendiamo il concetto di chiusura espresso nella parte 1 di questo articolo ed analizziamo con più attenzione la seconda accezione che esso può avere : la chiusura del mercato. Come suggerisce il termine stesso, la chiusura è l’antitesi della globalizzazione, inversamente proporzionale ad essa: al diffondersi di una, l’altra regredisce.

Ma in che condizioni ci troviamo oggi? Qual è la tendenza del mercato nei nostri tempi?

Per trovare una risposta a questa domanda proviamo a fare un ragionamento alla lontana. Molti stati apertamente contrari a qualunque legge di matrice protezionistica, dal 2008 fino ad oggi hanno incrementato il numero di misure a carattere protezionistico, imponendo pesanti dazi sulle importazioni allo scopo di tutelare le merci prodotte in patria. Il primato è detenuto dagli Stati Uniti, che vanta quasi 1100 decreti e misure che mirano a limitare l’import di merci nel proprio paese.

A quale scopo allora battersi apertamente per il libero mercato e poi promuovere il protezionismo?

Si tratta del solito discorso sugli interessi particolari di ciascuno stato che ormai è diventato quasi un cliché. Per quanto da un lato uno Stato possa essere favorevole al libero scambio e promulgare il fenomeno della globalizzazione, esportando i propri prodotti in tutto il globo ed importando ciò di cui la propria produzione risulta mancante, dall’altro ricorre a misure protezioniste nel momento in cui i propri interessi vengono lesi da un possibile concorrente per non essere scavalcato nel suo stesso mercato interno, imponendo dazi e tributi in modo da ridurre il divario di convenienza tra prodotto interno e prodotto importato. Ma il protezionismo è anche una difesa necessaria. Spesso è infatti l’unico mezzo per difendersi dalla possibile concorrenza sleale che può esserci all’interno del mercato e dalle merci di qualità scadente a basso costo. Ogni riferimento alla Cina è puramente casuale

Torniamo ora alla domanda iniziale. Siamo alla fine del mondo globalizzato?

Assolutamente no. Gli attori politici ed economici continueranno sempre a far pendere l’ago della bilancia a seconda delle loro esigenze, cosicché in certi momenti prevarrà il protezionismo e in altri il libero mercato, ma mai si avrà un totale dirottamento verso una o un’altra direzione.

Lo volete un esempio italiano? Ebbene si, anche noi non siamo da meno in merito di “protezione del made in Italy”, solo che lo facciamo male: l’Alitalia.

Un capitalismo globale prevede che se hai i soldi, compri. Bello vero? Quando l’azienda tricolore era in difficoltà (leggera) c’erano potenziali compratori stranieri. Ma no, dicevamo, non possiamo vendere la compagnia di bandiera. Bum, protezionismo. 

Poi arrivano i “capitani coraggiosi”, fantomatici imprenditori che hanno “risollevato” l’azienda. Debiti su debiti. Poi l’idea del compratore straniero che ci salvava non sembrava malaccio. Libero mercato, entra Ethiad.

Altro esempio? Mediaset-Vivendi. Se sei un capitalista allora non devi odiare un altro capitalista che compra la tua azienda, anche se straniero e vagamente antipatico.

Luxottica compra in tutto il mondo le grandi firme, altre vengono vendute all’estero.

Anche noi, come tutti, siamo globali quando vinciamo.

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